IL MIO CUORE E’ A LAMPEDUSA di Eleana ELEFANTE

Nel luogo più evocativo della mia mente, il concetto di isola ha avuto, da sempre e per molteplici ragioni, una sola collocazione, un solo nome: Lampedusa, l’isola nell’isola, terra di confine nel cuore del Mar Mediterraneo, terra contraddittoria, dai mille volti, talmente diversi fra loro da confondere i pensieri. Arduo collocarla anche solo geograficamente, a poche miglia dal Nord Africa, a poche miglia dalla Sicilia. Questa è Lampedusa, piccolo e meraviglioso lembo di terra, bagnato da un mare di indescrivibile bellezza e di struggenti, tormentate e strazianti vicende. Lampedusa è difficile. E’ complicata per gli isolani che vivono di mare e turismo, è estemporanea negli arrivi e nelle partenze dei cargo, dei traghetti, degli aerei. Tutto dipende da vento e mare, tutto è vento e mare. “Il mio cuore è Lampedusa”, “il mio pensiero è a Lampedusa”. Guardo il mare, ormai dopata del suo porto e delle sue imbarcazioni, delle voci dei suoi pescatori e respiro. O’ Scià(SciatuMiu), Fiato Mio! Questa è l’anima grande di Lampedusa, una terra selvaggia che insegna a respirare a ritmi diversi, di giorno e di notte. Lampedusa è un attimo eterno non scandito dal tempo. Lampedusa la ami e la odi in egual misura. La si può guardare a 360° e non trovare le parole per determinare un univoco stato emozionale. Straordinaria nella sua bellezza, implacabile nella sua durezza. Si incantano i turisti fra le scogliere alte e aspre, lievi e leggeri fra i locali ed i ristoranti di Via Roma e, beatamente per loro, non percepiscono, non vedono e non sentono il timore sotteso dell’isola e dei suoi isolani che dipendono coscienti e pazienti dal mare e dai venti che lo calcano. Qui i pescatori mi insegnano a riconoscere ed osservare come il tempo sull’isola cambia ogni 4 ore e ciò comporta una serie di attenzioni e prevenzioni che, vanno al di là del ragionevole. Il mare non è un compagno sempre fedele. Chi va per mare lo sa bene così come sa bene reagire. Tendere una mano è un gesto istintivo, universale per un pescatore, è un gesto da uomini. Il loro è già di per se un lavoro duro, estenuante, fatto di incognite ma, dinanzi al fenomeno migratorio che si riversa sull’isola, non è per loro sempre facile “restare umani”. Nelle loro reti trovano cadaveri oltre ai pesci, corpi che magari sono in mare da giorni e pensare che prima di essere così scomposti erano persone che andavano alla ricerca della felicità fa malissimo. Sono emozioni che rimangono impresse, che non si dimenticano. La maggior parte dei pescatori quando trova un corpo ormai non lo segnala più ufficialmente per non avere grattacapi giudiziari perché, segnalarlo, per un pescatore significherebbe essere interrogato e fermato in porto per molti giorni. Quei corpi non verranno neanche toccati, “semplicemente” verranno tagliate le reti e lasciati in mare. E come biasimarli, in quel mare incontrano di tutto:dai trafficanti di esseri umani ai contrabbandieri armati di tutto punto. Ormai hanno paura di navigare, di spingersi in acque internazionali, a soli 40 miglia dalle coste italiane. Non navigano più tranquilli. A questo si aggiungono le restrizioni delle mille direttive europee, oltre a una serie di progetti che sono solo serviti a sprecare denaro pubblico, a complicare le attività di pesca, a far mutare passivamente l’immagine dell’isola spostando l’attenzione dal mare alla cronaca dei naufragi, rassegnandoli all’ indifferenza del mondo. Questo è il loro mare, lo stesso che determina l’entrata e l’uscita dei pescherecci e dei traghetti, fondamentali per il sostentamento ed il rifornimento di ogni bene di necessità sull’isola,è anche il complice autorizzante di un attraversamento azzardato, clandestino e disumano di vite in fuga  dagli orrori e dalle violenze del Nord Africa e dell’Africa Sud-Sahariana. Decine, centinaia di donne, uomini e bambini, ogni giorno lo guardano, da una parte con la speranza di partire, di lasciarsi alle spalle tirannie, guerre, povertà, sfruttamento, dall’altra parte con il terrore di scorgere ancora vite disgraziate, disperse o peggio ancora interrotte fra i riflessi di una piccola luce non identificata all’orizzonte. Orli di terra con in mezzo poche miglia di mare si osservano, distanti nei soli confini geo-politici, legislativi, burocratici. Il miraggio di un destino diverso spinge verso la Porta di Lampedusa (Porta d’Europa), monumento ai migranti, testimone imponente di quanto avviene ogni giorno sotto gli occhi di tutti, memoria che consegna alle future generazioni la strage impietosa di migranti dispersi e deceduti in mare. I naufragi, autonomi e non,  da qui non fanno quasi più notizia nonostante la frequenza e nessuno li vuole davvero fermare!Lampedusa di notte cambia pelle. In alcune zone dell’isola, lontane dal centro, l’illuminazione è pressoché inesistente. Il cielo è davvero un denso, infinito agglomerato di stelle. E’ da lì che si osservano le luci delle imbarcazioni in mare. Quelle blu, rosse, bianche non destano preoccupazione perché riconducibili ai pescherecci, alle motovedette della Guardia di Finanza e della Guardia Costiera. Altre invece sono anomale, intermittenti, a pelo d’acqua. Sono luci fioche di nessuno, presagio di pericolo, di lunga notte, di attesa in banchina di soccorsi in mare. Lampedusa la notte racconta il naufragio del 3 ottobre 2013 con lo sguardo affranto di chi ogni giorno ricorda tutte le 368 vittime decedute in mare e a cui, sfortunatamente, continuano ad aggiungersene altre. I numeri dei decessi, quelli che si possono contare, crescono a dismisura, non c’è controllo né sugli arrivi, né sulle scomparse ma si sa sempre delle partenze, in qualche modo! Arriva un alert, una telefonata e gli sguardi si intrecciano, si corre verso il porto, si controllano le presenze delle imbarcazioni in darsena, si scruta l’orizzonte, si preparano gli zaini con le macchine fotografiche e si inizia la spola da levante a ponente. Poi ci si apposta al molo. Quella notte accadde così. Arrivarono prima i vivi, scesero silenziosi dalla motovedetta della Guardia di Finanza che li aveva poco prima recuperati a largo,  uno dopo l’altro, come fantasmi bagnati e avvolti nelle inconfondibili coperte termiche color oro. Era l’una e cinquantacinque del mattino. Poi, intorno alle quattro iniziarono ad arrivare i primi corpi. Tutti di giovani e bellissime donne, 13 per l’esattezza,distese senza più vitasu quella banchina. Occhi vitrei, le cui ultime lacrime miste al sale sembravano averne scolpito il volto. Su di loro indumenti leggeri, non in grado di proteggerle dall’umido di quella notte d’ottobre. Tutti gli altri e molti di più resteranno sul fondo del mare, a 62 metri di profondità, incagliati nella pancia di quell’imbarcazione che li avrebbe dovuti traghettare verso una nuova esistenza. Ora qui, non vi racconterò i particolari passati ormai alle cronache. Non vi racconterò di come quella banchina, alle prime luci del giorno dopo si sia riempita di forze dell’ordine, di giornalisti provenienti da ogni dove tanto da dovergli fare posto su quel suolo blindato, in cui , trascorrevo le notti con chi, pazientemente, mi insegnava a scrutare il mare preparandomi all’inimmaginabile . Non vi racconterò che per 3 giorni e per 3 notti quelle vite e quelle morti sono state il senso più intenso e profondo dell’ esistenza mia e di chi, con me e accanto a me ha vissuto, condiviso e documentato quel dramma, muti ed incapaci di distogliere lo sguardo da quello scempio, non ancora rassegnati a lasciarli andare. La parte più densa e nascosta di noi e della nostra memoria resterà lì, nel Mar Mediterraneo,immobile sulla banchina del Molo Favarolo e del Porto Vecchio,legata a volti senza nome, senza identità, con un numero progressivo come epitesi su un feretro. Capire dunque Lampedusa, i suoi cittadini, i suoi pescatori, non era dunque possibile se non entrando nel profondo del pianto versato dall’isola per le sue vittime. I suoi morti, le sue bare, i resti delle imbarcazioni segnate di rosso per identificarne la provenienza ed il recupero, ancora colme degli oggetti dei suoi naviganti, sono schiaffi in pieno volto, sono pugni nello stomaco, sono urla di ribellione verso un sistema che ci rende tutti complici di un massacro, di un nuovo Olocausto. Abbiamo guardato, fotografato, esaminato quei corpi, ne avevamo visti altri in passato ed ancora ne vedremo, eppure viviamo nell’ipocrisia che ci distoglie e ci obbliga a ragionare e a parlare in termini di Legge, di decreti e di accordi sempre più arzigogolati e per questo fallati sin dal principio. Stiamo osservando notte e giorno senza tregua un fenomeno migratorio inarrestabile che non coinvolge solo Lampedusa ma l’Italia intera, l’Europa che tanto vuole restare unita, perché è il mondo a poco più di 113 km dalle nostre coste a fare terrore, a farli fuggire, a farli imbarcare in condizioni psico-fisiche disumane. A quale tavolo si sono seduti Governi e Governati? Per quale manipolatoria e strampalata interpretazione giuridica siamo arrivati a convincerci che salvare le persone in mare è un reato non un obbligo?  

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Redazione

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