RIFORMA DEL LAVORO NEI PORTI

Istanbul, Turkey – March 17, 2015: Large gantry cranes in Istanbul Port of Haydarpasa container terminal in Istanbul.

L’organizzazione del lavoro nei porti,  si attua attraverso tre “mercati”: 1) il mercato degli operatori terminalisti (ex art. 18 Legge 84 del 1994); 2) il mercato dei servizi portuali (ex art. 16 Legge 84 del 1994);  3) il mercato dell’avviamento temporaneo di manodopera portuale (ex art. 17 Legge 84del 94). La combinazione fra i suddetti mercati ha trovato una diversa declinazione da porto a porto in virtù della sua storia, ma anche delle convenienze dettate dai rapporti di forza e la sua analisi offre un’interpretazione dell’intelaiatura relazionale su cui poggia il lavoro portuale a livello locale. Bisogna infatti sottolineare che il lavoro nei porti ha trovato una risposta alla flessibilità nella gestione delle risorse umane o nell’art. 17 della L. 84 del 1994 e ss.mm.ii. come modificato dalla Legge 186 del 2000, che adegua, al settore specifico, principi contenuti nella legislazione generale, con particolare riferimento al lavoro flessibile ed interinale; oppure nella possibilità della “cessione a terzi” di parte della propria attività, in regime di “outsourcing” (art. 16 Legge 84 del 1994 e ss.mm.ii.) . Tale cessione può avvenire sostanzialmente in forma di cessione di ramo d’azienda, ovvero mediante contratto di appalto. Nei giorni scorsi è stato sollevato nuovamente il problema del lavoro portuale, o meglio il ruolo delle Compagnie portuali e poi delle società che a loro si sono succedute ai sensi dell’art. 17 della legge 84 del 1994 nonché il problema relativo  l’applicazione “distorta” dell’art. 16 sull’autoproduzione delle operazioni portuali. Problema sollevato dall’Ancip (Associazione Nazionale Imprese Portuali) con il suo presidente Luca Grilli che rispondendo a De Feo – Manager Terminal CO.NA.TE.CO, Porto di Napoli – , senza mai nominarlo, per aver sollecitato una riforma “indifferibile” del lavoro portuale. Riforma che, secondo il manager di Conateco, non può prescindere dal superamento di un soggetto unico delegato alla fornitura di manodopera temporanea in porto. A sostegno di Ancip, sono intervenuti i sindacati confederali che attaccano: “L’impianto di regole della legge 84 del 1994 sulla portualità resta l’elemento cardine del settore e, piuttosto che smontato, va assolutamente irrobustito con l’auspicio che il decreto maggio dia una spinta verso questo obiettivo”. Filt Cgil, Fit Cisl, Uiltrasporti, rivendicano che “c’è la necessità di un rafforzamento del sistema di regolazione del mercato delle imprese e del lavoro per un efficientamento, capace di cogliere i cambiamenti in atto e, nel contempo, consolidare la centralità del soggetto che garantisce la fornitura del lavoro portuale, il cui modello organizzativo ha caratteristiche di qualità, flessibilità, funzionalità e sicurezza.  Serve rapidamente superare una visione e gestione localistica della portualità ‘che ha bisogno anche di un’applicazione univoca delle regole, troppo spesso lasciate alla discutibile interpretazione delle singole Autorità di Sistema Portuale. Non è più tollerabile la frequente applicazione distorta dell’art.16 sull’autoproduzione delle operazioni portuali ed è fondamentale il pieno rispetto dei piani operativi per cui ciascuna impresa viene autorizzata con i rispettivi organici collegati. L’intero cluster portuale è chiamato a respingere gli attacchi al sistema delle regole vigenti e a vigilare che le stesse siano sempre rispettate, così come dovrà coagularsi sulle necessità rappresentate al governo per la gestione dell’attuale emergenza e della prospettiva del settore”

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Redazione

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