ALICE MIGNANI: UN INTENSO RITRATTO

ALICE MIGNANI: Un ritratto e un viaggio che interseca le molteplici corde della sua vita, personale e professionale, dalla criminologia, al servizio sociale, alla sfera artistica negli anni come modella. Per aprire una finestra sulla ricchezza di mondi considerati sovente divergenti, per raccontarmi, per dischiudere spazi di riflessione, soprattutto umana.

Difficile definirmi come “persona”, sono da sempre un tale mix di contrasti che fatico sovente io stessa ad inglobarmi in una descrizione unitaria ed esaustiva. Sicuramente sono una donna eclettica, nella mia vita ho costantemente perseguito lo studio accademico senza farmi mancare una spiccata vena artistica, che ho coltivato fin dagli albori, con lo studio della recitazione, del canto e della danza. Poi lavita sceglie per noi, ed effettivamente in questo ambito ciò che ha dominato la mia possibilità di esprimermi è stata la fotografia e il divenire modella e fotomodella, complice una discreta altezza, l’esteriorità e i casi della vita. Eh si, professionalmente sono una Assistente sociale, con formazione di anni nel ramo criminologico – forense, il campo che prediligo. Anche a livello universitario il mio cammino è stato costellato di scelte e percorsi differenti: dalla prima laurea in Scienze della Comunicazione, al secondo titolo in Servizio sociale, sono ora approdata alla magistrale in Pedagogia e al terzo corso di formazione specialistica in criminologia, questa volta con focus sui sex offenders e i reati di matrice sessuale. Dunque, riassumendo: assistente sociale, criminologa…e modella, rea confessa! Visto che in Italia avere titoli accademici e perseguire un mestiere legato all’esteriorità, ed alla sensualità che io amo è un po’ come definirsi amante della stregoneria nel Medioevo. Sono ironica, ma nemmeno troppo…

Interessante il primo passaggio dalla comunicazione all’aiuto: come mai, dopo la laurea in scienze della comunicazione, ha deciso di diventare assistente sociale?

La comunicazione è una pratica pervasiva, su cui si fondano molti processi sociali. “E’ impossibile non comunicare”, diceva Paul Watzlavick in uno dei grandi assiomi sulla comunicazione umana. Il mio focus e interesse primario è sempre stato sul sociale, sulle sue implicazioni, e sulle discrepanze, differenze e problematiche che genera nell’umano vivere, nelle relazioni tra persone. Da qui, dallo studio approfondito delle discipline sociologiche, ma anche per predisposizione personale, nasce la vocazione per la professione dell’aiuto: e chi è l’Assistente sociale, se non il motore del cambiamento, promotore di benessere, depositario della cultura del bisogno e disagio sociale? E la comunicazione stessa è uno strumento che può prestarsi al processo d’aiuto, al “saper fare” di chi sceglie una professione come quella dell’assistente sociale.

I fatti umani sono sempre complessi, l’uomo, nell’interazione coi pari, è sempre portato alla co-costruzione, alla collaborazione: fin dai tempi primitivi si cacciava assieme, si viveva assieme, ci si proteggeva assieme. Infatti nella costruzione identitaria dell’homo sapiens si dava valore alla socialità ed un disvalore alla non adesione alle regole del gruppo. L’uomo può infatti essere anche distruttivo verso i pari, appunto ciò che noi chiamiamo criminale .

Diceva Nietzsche che “quando guardi a lungo nell’abisso, l’abisso ti guarda dentro”. I fatti criminali sono fatti umani, essi appartengono e rispecchiano nella sua fallibilità, oserei dire nelle sue incrinature, la nostra umanità. Essere animali sociali, conformi alle regole del gruppo, ma contemplando la possibilità di chi devia da esse, e diviene per la società, appunto, “criminale”. La criminologia ci parla dell’uomo, ci parla del nostro abisso, di ciò che non deve appartenerci, eppur è quello che potrebbe accadere, ponendo in essere una condotta dissociale. Ed è nell’azione distruttiva, nel trasformare in agito ciò che va contro la comunità retta dalla legge e dalle norme sociali, che si colloca e manifesta ciò che è “criminale”.

La criminologia come analisi dei fatti umani e non più dell’umanità “deviante”. Probabilmente l’allentamento del controllo sociale ha negli ultimi tempi legittimato l’agito trasgressivo, per cui si è lenito il “senso di colpa” nel compiere certe azioni. E’ come se fosse caduta la differenza tra bene e male ed il relativismo etico nelle relazioni si fosse imposto nel quotidiano. Diventa a questo punto “criminale” solo la violazione del Codice Penale?

No, “criminale” non è solo ciò che infrange il sistema normativo e la legge penale, ci sono molti comportamenti che non violano leggi scritte, magari, ma che vanno contro il buonsenso, la morale, più in generale il rispetto degli individui. Ci sono atti distruttivi che non rientrano in alcuna fattispecie di reato, ma risultano lesivi della dignità altrui. Ciò che è previsto come violazione del Codice Penale è soggetto a sanzione, ma la rosa dei comportamenti criminali e nocivi è ben più ampia. Molti nuovi reati introdotti, come quelli che riguardano il cyberbullisimo e la diffusione illecita di immagini pedopornografiche, sono andati in questa direzione: rendere illecito e sanzionabile ciò che fino a poco tempo prima era concesso, a scapito della vita di molte vittime.

Molto interessante questa direzione, perché allarga il concetto dalla vera violazione delle leggi all’agire distruttivo verso l’altro: mi vengono in mente il mobbing, la persecuzione subdola sulla vittima, gli stessi silenzi che tolgono dignità a chi soffre. Certo è che entrambi stanno male, vittima e carnefice, sebbene in un’asimmetria di potere. Come si può quindi concepire un aiuto nel crimine? Non c’è solo una vittima da proteggere, ma c’è anche un aggressore che va rieducato a fare i conti con se stesso.

Il lavoro può essere duplice, sia su vittima che autore di reato, non amo le demarcazioni nette tra “buoni” e “cattivi”, spesso i confini sono più labili, sfumati, complessi. Del resto, la natura umana è molteplice, complicata, non si può in criminologia ragionare in termini meramente manicheistici, la realtà non è ascrivibile a dicotomie certe e rigide. Prendiamo l’esempio del bullismo, dove sovente i carnefici sono i primi che non hanno ricevuto una giusta educazione e presentano una condotta dissociale e non rispettosa dell’altro. Poi, a mio avviso, c’è anche l’indole innata, non tutti purtroppo sono passibili di recupero, di rieducazione, ma è certo che intervenire in modo preventivo, magari nell’età evolutiva, rende il tutto più fattibile, possibile. Molte storie di assassini seriali ci riportano vissuti familiari e personali, nella primissima infanzia, costellati di vessazioni, genitori disfunzionali, famiglie abusanti. E là è naturale chiedersi: se questi soggetti fossero stati preventivamente rieducati, collocati in contesti socio-familiari funzionali, avrebbero posto in essere lo stesso la condotta criminale in età adulta?

Questo è uno dei tanti punti di contatto tra Servizio Sociale e Criminologia:  la comprensione delle storie di vita e l’accompagnamento verso percorsi di miglioramento. Se però penso all’organizzazione dei Servizi nel nostro Paese, vedo un forte accento sul reo, da contenere e rieducare, e quasi un oblio verso la vittima. La stessa mediazione penale, molto forte in Europa del nord, da noi sembra quasi assente. E’ come se la criminologia dimenticasse la vittimologia.

La vittimologia è una branca delle scienze forensi e criminologiche importantissima: essa pone l’accento sulle caratteristiche personologiche della vittima, le sue relazioni con il soggetto autore del reato, le implicazioni nella dinamica che ha condotto all’innescarsi dell’evento criminale. La tradizione giuridico-criminologica ha sempre un po’ dimenticato di analizzare a fondo la vittima, concentrandosi appunto quasi esclusivamente sull’agito del reo. Ci sono inevitabilmente soggetti che per motivi di natura e posizione sociale, o di indole, sono a maggiore rischio di vittimizzazione. Il lavoro, come detto precedentemente, segue un duplice binario: bisogna analizzare la relazione tra vittima e carnefice, sotto ogni profilo che interessi l’intrecciarsi di questo rapporto. E non dimentichiamo che ci sono vittime di storie abusanti e disfunzionali che sono divenute “carnefici”: qui il primo pensiero va al caso di Milena Quaglini, serial killer nostrana decisamente atipica, che dopo una storia di vessazioni, violenze ed umiliazioni ha posto in essere ella stessa azioni delittuose efferate. Anche qua, la linea di demarcazione non sempre è così netta. Nella criminologia bisogna evitare a mio avviso il ricorso ad una netta separazione tra bene e male.

In buona sostanza la criminologia ha come oggetto comunque il male -agito, subito, restituito a traslato (da vittima a carnefice) – , un po’ come il servizio sociale, che ha come focus il problema, il disagio, il dolore, l’incompiutezza. Di fronte a ciò chi ci lavora rischia un po’ di inaridirsi: avere come oggetto di lavoro il male  indubbiamente svuota il nostro benessere, il quale richiede invece il bene, tanto bene. Ciò non solo in termini compensativi (so gestire il male perché mi alimento di bene) ma in termini praticamente etici, prima di tutto verso se stessi. Difficilmente io vedo tra i colleghi sorrisi, pacatezza, amore per la vita. Non è che chi lavora in quest’ambito si fa sopraffare dal male?

“La bellezza di suo rende migliore il mondo…bellezza è l’arte, quello che resta oltre il tempo, quello che lascia il segno, un profumo speciale, è ricordo e speranza, paura quando poi passa, tempesta e calma in un solo attimo”. Qui cito un monologo che ho scritto e recitato, appunto, in occasione di un contest di bellezza. Un elogio alla bellezza in senso assoluto. Bellezza e bene? Sicuramente la prima è portatrice, per me, di luce e positività; vogliamo nutrirci del bene, e la bellezza spesso, anche nelle piccole cose, riscalda i cuori, e ingentilisce il male. Tralasciamo la tradizione lombrosiana e gli studi sulla fisiognomica che rimandavano ad un arcaico concetto di “brutto e cattivo”, ma sicuramente dove alberga la bellezza in senso autentico, e la vita si arricchisce di sorrisi, scambi relazionali positivi e nutritivi, il male non riesce a sopraffare gli animi. Per me ciò che è criminale nasce nel disagio profondo , nel degrado, nell’indigenza estrema, nel torbido assoluto, negli anfratti più neri dell’animo umano, dove bellezza e bene sono sovente assenti. Il servizio sociale e la criminologia, come lei accennava, indagano il male, le sue cause, la sua eziologia, per cercare, dove è possibile, di prevenirlo, arginarlo, attenuarne gli effetti distruttivi.

Quel che Lei dice mi colpisce molto: io che provengo da una famiglia proletaria, infatti, non sono stato abituato al bene ed al bello. L’arte nella mia infanzia era appannaggio dei ricchi. L’amore per il bene e per il bello l’ho imparato nel tempo grazie alle giuste persone che mi hanno saputo indirizzare, grazie a Dio. Mi colpisce ancor oggi come questo gap sociale della popolazione italiana sulla cultura sia origine di tanto male. Peppino Impastato, un famoso eroe morto per mano di mafia, recitava queste parole: “se si insegnasse la bellezza alla gente, la si fornirebbe di un’arma contro la rassegnazione, la paura e l’omertà”. Se quindi la famiglia non trasmette – o lo fa in maniera sbagliata –  il senso della bellezza ai bambini, che speranze ci sono?

La famiglia è la culla dei valori, è dove la personalità, il temperamento e le attitudini vengono coltivate fin dagli albori, temprate, plasmate, dove l’evoluzione compie i primi passi, dall’infanzia. Famiglie disfunzionali, che sono teatro di vessazioni e umiliazioni, sono il primo rischio di sviluppo di una personalità dissociale, del  manifestarsi di sofferenza che può tramutarsi in quella parabola che dalla sociopatia conduce verso il pensiero e la condotta criminale. I soggetti a rischio vanno recuperati e protetti in misura preventivo-trattamentale nell’età evolutiva: un soggetto problematico con disturbi e attitudini che possono tramutarsi in atti criminali è arduo da rieducare in età adulta, soprattutto quando già si è macchiato di azioni efferate.

Eppure ci sono esempi in cui l’arte e la ricerca del bello sono ambiti di miglioramento in ambito penitenziario: penso ad alcuni percorsi di rappresentazione teatrale da parte dei detenuti in carcere, oppure tutta la produzione artistica nelle case circondariali, dalla pittura alla manifattura creativa. Grandi uomini hanno prodotto proprio in cella capolavori. Forse in carcere viene più favorita la formazione rispetto all’arte, è più facile che un Giudice di Sorveglianza autorizzi una frequenza universitaria che uno spettacolo teatrale. Non è che l’estetica soccombe ancora alla razionalità, il bello all’utile?

Ci sono stati pregevoli esempi e progetti di teatro ed iniziative artistiche in ambito detentivo, e stando a quanto ne so, con ottimi risultati, sul piano educativo e del miglioramento nella relazionalità di molti dei partecipanti. Molte persone, soprattutto nella sfera del disagio e della criminalità, sono cresciute avulse dal contatto con “il bello”, con la porta che conduce sull’altro mondo, per usare mie parole, l’universo artistico, della bellezza che arricchisce, della cultura, della creatività. L’estetica e il sapere artistico vengono spesso relegate tra le attività futili, probabilmente c’è molto da fare in questa direzione per far comprendere come anche questo versante possa rappresentare una possibilità esplorativa di una pedagogia nuova, che guarda anche ai contenuti meno standardizzati e meramente formativi.

Torniamo alla Sua persona: Alice Mignani modella. Come nasce questa Sua passione e, specialmente, come essa si connette alla Sua persona? E’ come se estetica e razionalità, come dicevano prima, si fossero fuse, o restano separate, e se si (o no) perchè?

Iniziai anni fa a posare come modella: complice una discreta altezza unita ad un fisico particolarmente longilineo. E ad una parvenza semi-nordica, nonostante in me scorra sangue del sud, da parte di mia madre, catanese, e di mio padre nato a Messina. La fotografia immortala la bellezza, la ferma in quell’istante, incanta l’emozione unica e irripetibile dell’attimo. Ma si, mettiamoci anche una sana vanità e piacere a mostrarmi ed apparire, anche durante le sfilate, l’amore per la creatività, per me la fotografia è una porta su un mondo “altro”, su un’altra me stessa: come dico spesso, una “Alice attraverso lo specchio”. La bellezza, è amata, è sovente criticata, ma una donna con quasi tre lauree sulle spalle, e metà vita dedicata allo studio accademico, appare nelle menti ristrette incompatibile col perseguire mestieri e valori legati all’esteriorità, alla “vacua bellezza”. E invece per me non sono mondi divergenti: la curiosità muove entrambe queste correnti del mio essere e della mia vita, amo la bellezza, in senso assoluto, oggettivo e soggettivo. Alcune foto mi hanno rubato l’anima, hanno intrappolato una emozione, fermato il tempo su un pezzo di storia e vita. Una assistente sociale, una criminologa che ha posato per fotografia glamour e sensuale, però è quasi tabù per la società italiana, sono due facciate incompatibili. Per me no, tutt’altro, e questo conta, come l’occhio delle persone aperte e ricche, anche di contrasti. Del resto, mio padre, fisico, docente universitario e scienziato, era anche poeta e pittore. Ma per una donna è diverso, non siamo libere di essere vento ribelle, spesso, di essere padrone del nostro corpo e della manifestazione libera di esso.

Non trova la ricerca della propria bellezza un importante strumento di autostima? Se la propria estetica è riflesso di personalità e se questa a sua volta è l’interfaccia di interazione col mondo, è possibile insegnare ad altri la cura di sé come ponte socializzativo? Possiamo noi assistenti sociali insegnare alle persone ad essere belle?

Piacersi è piacere, e l’autostima, così come un contatto positivo con il prossimo passa anche per questo. Le persone insoddisfatte, anche rispetto alla propria esteriorità, saranno le prime ad essere scarsamente ben disposte nei confronti degli altri: non voglio qui incoraggiare un ideale di bellezza che punti alla perfezione, ma che si interfacci e potenzi la nostra personale soglia di benessere, che si sviluppa a partire dal nostro “involucro corporeo” per poi riflettersi sull’altro rispetto ad esso, le persone che ci circondano e fanno parte della sfera relazionale e sociale. Parlando di aiuto, di servizio sociale, come posso entrare in empatia con un utente, se non nutro una buona autostima verso me stessa? Si, credo si possa aiutare gli altri a piacersi, a valorizzarsi. Ognuno nelle sue peculiarità, differenze, punti di forza e debolezza. Anche la ricerca della propria bellezza può essere un viaggio appassionante, la cui meta è anche il volersi bene.

A proposito di “volersi bene”: ha progetti per il futuro? Qualche sogno nel cassetto? Qualche principe che bussa alla Sua porta?

Molti progetti per il futuro. Intanto, entro l’anno corrente il conseguimento della laurea magistrale in programmazione dei servizi educativi, magari con una tesi di ricerca sperimentale in psicopatologia forense. Stesso dicasi per il Master in Criminologia applicata ai Sex Offenders. Terza laurea e terzo corso di alta formazione in scienze criminologiche, dopo mi fermerò per un pò con lo studio. Principi azzurri? Molti all’orizzonte, ma le cose importanti della vita devono capitare, non si programmano, poi io in parte sono una “lupa solitaria”, e dò un enorme valore alle relazioni, alle persone. Continuerò a perseguire i vari aspetti della mia vita, sempre con curiosità, magari nuovi stimoli, e anche ricercando la bellezza dell’ignoto, dell’inaspettato. La monotonia non mi appartiene e la tengo ben distante dal mio cammino.

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