ALBANIA: STORIE DI MIGRAZIONE E DI CONFINE di Eleana ELEFANTE

Ci sono viaggi che nessuno vorrebbe mai intraprendere. Sono viaggi che iniziano da una fuga e conducono, passo dopo passo, alla paura, all’incomprensione, all’isolamento in terre lontane, circoscritti in luoghi senza speranza e senza futuro. Il nostro compito migliore, potrebbe essere quello di essere semplicemente umani.

Il primo “sbarco” visto in vita mia, risale alla fine degli anni ’80 in una minuscola località pugliese di nome Specchiolla da cui prendo le origini. In quel periodo, era prassi, all’imbrunire, ascoltare puntuale sopraggiungere dal mare il rumore di un motoscafo e dall’entroterra i motori di una carovana di auto che, a luci spente e a velocità sostenuta, raggiungevano quel lembo di terra in mezzo al mare, la cui punta prende il nome di “Sperone”. Fra noi bambini, pochi a dir la verità, tutto era normale, anzi, era quasi un momento di adrenalina! Sapevamo che quelli che arrivavano dal mare erano gli “scafisti” che portavano sigarette contraffatte dall’Albania e che, quelli che arrivavano in auto senza sedili (ad eccezione di quello di guida), erano i “contrabbadieri” che le avrebbero prese in consegna. Perciò, anche noi correvamo elettrizzati allo Sperone e ci aggiungevamo alla catena di montaggio fra gli scafisti che lanciavano cartoni pieni sugli scogli e i contrabbandieri che le caricavano nelle macchine. Operazione velocissima, che in pochi minuti terminava con questi uomini che, per ringraziarci dell’aiuto, lanciavano una stecca di sigarette e si volatilizzavano nella notte. (Ricordo che eravamo tutti minori non imputabili e che il reato è ormai bello che prescrittoJ ). Una sera però, l’arrivo fu diverso. Sentivamo forte il rumore del motoscafo arrivare dal mare, ma non quello dello sciame di auto. Corremmo come nostra abitudine verso lo Sperone e, a poche centinaia di metri, all’altezza del “Porticciolo” una piccola insenatura naturale, vedemmo la sagoma di una imbarcazione con tanta gente a bordo che gridavano agitati e disperati. Istintivamente corsi a chiamare mio nonno, raccontandogli concitatamente cosa avevo visto arrivare dal mare. Arrivammo pochi minuti dopo al Porticciolo e, vidi la scena che probabilmente ha segnato inconsapevolmente tutta la mia vita: donne, uomini e bambini si erano lanciati in acqua e nuotavano verso la terra ferma a poche decine di metri da loro. Mio nonno mi ordinò di andare subito a chiamare gli adulti che incontravo nelle prossimità e così feci. Per farvela breve, probabilmente, quelli furono la prima decina di albanesi arrivati sulle nostre coste, i precursori di quello che fu definito “il Grande sbarco” del 7 marzo 1991, in cui a Brindisi arrivarono (in meno di 24h), circa 25mila albanesi partiti da Tirana. Fu spontaneo lanciarsi in mare per aiutarli a raggiungere la riva. Da lì, le lacrime si mischiarono alla gioia, le madri cercavano con lo sguardo terrorizzato e le braccia tese i figli, gli uomini recuperavano dall’acqua i pochi oggetti necessari a raccontare la loro storia. Fu un momento davvero carico di vita. Uno di quei momenti in cui non sai cosa stai facendo, perché, a chi appartengono le mani e gli occhi che abbracci ma dove il tutto è solo carico di umanità, di buone speranze, di condivisione. Mio nonno, uomo possente e rassicurante, a gesti li tranquillizzò e li condusse a casa. Mia nonna iniziò a tirare fuori indumenti puliti di tutte le taglie, li fece lavare, asciugare e preparò da mangiare con più amore del solito. Fra i bambini approdati c’era una mia coetanea. Non ricordo il suo nome ma era bruna, con la pelle olivastra come la mia, con i capelli lunghi e neri. Non la trovavo diversa da me o dai miei amici anche se non parlavamo la stessa lingua. Quella fu una notte lunga ed umida dove mangiammo tutti insieme senza fare il solito baccano che di solito regna nella mia famiglia, quasi per rispettare la stanchezza conseguente a quel lungo viaggio da una terra al di là del mare che si chiama Albania e che io avevo sentito solo dai pescatori quando parlavano di pesca “grossa”. Per settimane, forse mesi, queste famiglie alloggiarono in un piccolo appartamento di famiglia difronte al nostro.Mio nonno pagava loro il barbiere una volta a settimana, mia nonna cucinava sempre in più per loro, io gironzolavo con la mia nuova amica. La sua mamma, in cambio, ci preparava buonissime frittelle di uova e cannella, probabilmente le uniche cose che poteva offrire. Non ricordo dopo quanto tempo sono andati via e dove i capofamiglia trovarono lavoro ma ricordo la loro convinzione verso un futuro. Non ricordo discorsi complessi su leggi e ordinamenti. Ricordo solo che, loro fuggivano da una dittatura e che ognuno di noi ha fatto ciò che poteva, con passione, comprensione e soprattutto, senza paura per dare loro speranza. La verità è che all’epoca non avevamo affatto paura di quel che arrivava dal mare e se non parlavano la nostra lingua o se non avevano indumenti o giocattoli o cibo, dividevamo i nostri, senza aspettarci null’altro in cambio, perché era normale così. Con gli anni lo scenario è cambiato notevolmente, la dittatura in Albania si acuì e milioni di sbarchi sopraggiunsero sulle coste pugliesi. La mia piccola avventura di bambina, diventò una questione di emergenza, un fatto politico e tutto ciò che è di seguito avvenuto dal 1991 in poi è abbondantemente documentato dalla storia e dalla cronaca. Le sensazioni e le sfumature di quel primo non ufficiale sbarco però, le ho tenute strette con me. Mi hanno accompagnato durante gli studi giuridici ed insegnato quanto conti l’ HUMANA PIETAS, quell’antico sentimento universale che occupa i principali campi del vivere umano e che conduce gli uomini ad accrescere i propri ideali ed i propri valori in una dimensione di armoniosa reciprocità. Alla luce di quanto accade ogni giorno nel Mediterraneo, a Lampedusa per esempio (che è come la mia piccola Specchiolla), io credo che nessun diritto abbia ragione di esistere se prima non torniamo a far spazio nelle nostre coscienze ad un pizzico di questa Humana Pietas. Senza di essa non è possibile convivere civilmente (neanche fra connazionali), diventa complicato scrivere di diritto, non è possibile legiferare equamente e super partes. Diviene tortuoso persino esprimere opinioni differenti sui social media (e siamo in un Paese ufficialmente democratico). A mio umile avviso, manca quell’istintivo e naturale senso del giusto e dello sbagliato  che sì, è vero, sarà sempre soggettivo ma che sopra ad ogni cosa, deve considerare l’interesse prevalente da tutelare, semplicemente, indiscutibilmente. A mio umile avviso, dovremmo recuperare tutti un pezzetto di cuore e, questo cuore, lo dovremmo pretendere anche da chi agisce in nostro nome e conto. Solo per portare un dato, oggi sono regolarmente presenti sul territorio nazionale italiano 482.959 albanesi perfettamente integrati che lavorano e pagano le tasse. Ed allora mi viene da pensare che la speranza esiste ancora. In fondo, non siamo poi tutti esseri umani?

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Redazione

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