ESSERE DONNA IN CARCERE di Anna PALERMO

Quello del carcere è sicuramente un tema attuale, trattato, dibattuto e controverso, si tratta di un mondo nettamente distante dal nostro e, per certi versi, impenetrabile. Ciononostante, in questo particolare periodo storico, stiamo assistendo all’evolversi di un particolare interesse verso questo mondo difficile e pieno di sofferenze non solo da parte di numerosi studiosi ma anche– e soprattutto – da gente comune. È cresciuto quindi, l’interesse verso il detenuto in quanto essere umano degno di attenzione e tutela. Per la prima volta, il carcere viene visto in un’ottica di “occasione” che serve per reinserirsi nella società e non più come mero luogo di isolamento e punizione. Il detenuto d’oggi diviene un soggetto che non deve più solo “subire” ma essere al contempo parte attiva della società e, oltretutto, viene visto come il fine vero e proprio dell’istituzione carceraria. Questo interesse mediatico e sociale sta portando a conoscere sempre più la realtà carceraria italiana. A questo punto, è d’uopo introdurre il tema delle donne in carcere (“storicamente le escluse tra le escluse”) grazie al primo rapporto di Antigone che ha deciso di dedicare un’analisi approfondita su tale tema, presentato non a caso l’8 marzo, in occasione della Festa della Donna, proprio per accendere una luce sulla realtà della detenzione femminile in Italia e il bisogno delle donne di veder riconosciuta la loro specificità ed autonomia anche nelle carceri. Se già di carcere in generale si parla poco e male, delle donne detenute si parla ancora meno. E non è su di loro che il carcere si è basato per consolidare il proprio modello detentivo. In verità, le donne rimangono una minoranza troppo spesso dimenticata, più di quanto non lo sia l’universo maschile che affolla i nostri penitenziari. Questo perché, l’attenzione delle amministrazioni è stata rivolta fin dall’inizio ai detenuti (uomini)non solo per quanto riguarda il numero (che è maggiore) ma anche e soprattutto per lo “spessore criminale”(infatti, i reati per cui vengono condannate le donne sono meno gravi e le pene comminate sono inferiori, oltre alla scarsa pericolosità penitenziaria). Tendenzialmente quindi, quando si parla di donne detenute si parla di reati minori a fronte dei quali la carcerazione ha decisamente un impatto sproporzionato sulla loro salute. Visto e considerato quindi che, il nostro sistema penitenziario è declinato nelle norme e nell’organizzazione istituzionale “al maschile” oltre ad essere stato organizzato in modo tale da tralasciare quelle che potevano essere le necessità legate alla sfera femminile, ne consegue che, in una situazione del genere, la donna detenuta vive male il proprio stato detentivo e, senza dubbio, in maniera più drammatica rispetto ad un uomo. Di fatto, le strutture penitenziarie destinate unicamente alle donne sono solo quattro su tutto il territorio nazionale e, nei restanti casi, sono a disposizione 54 sezioni femminili presso gli istituti di pena maschili. All’interno di queste sezioni le donne sono poche e ciò comporta una scarsa attenzione alle attività rivolte alla popolazione carceraria femminile oltre ad una minore offerta di trattamenti ed assistenza specifica. I dati ci dicono che le donne in carcere sono solo il 4,2% della popolazione detenuta complessiva, meno di 2.400 persone. A queste donne si aggiungono anche le circa 70 donne trans ospitate in apposite sezioni protette all’interno di carceri maschili e per di più sono presenti alcune ragazze minori e giovani adulte inserite all’interno del circuito penale minorile. Dunque, in Italia come altrove, le donne detenute rappresentano chiaramente una minoranza le cui necessità rischiano di rimanere inascoltate! Un altro aspetto che incide sulla qualità della vita delle donne detenute è la tipologia di occupazioni previste per loro, difatti, le attività lavorative cui possono accedere sono professionalmente “dequalificanti” (rispetto a quelle maschili), nella maggior parte dei casi, si tratta di lavori legati all’ambiente domestico come la cucina, il cucito, il ricamo ecc.  Ragion per cui, appare ingiusto e ingiustificato impiegare le donne detenute solo per le classiche attività di “taglio e cucito”, servono percorsi nuovi e professionalizzanti che tolgano barriere, stereotipi e discriminazioni. Un ultimo importante aspetto che differenzia la detenzione femminile da quella maschile è legato alla genitorialità. Il detenuto uomo non vive la frustrazione emotiva e fisica di avere una “scadenza biologica” per poter diventare padre una volta uscito dal carcere, al contrario, la donna sente e vive la pena come una negazione alla maternità (soprattutto se è giovane), è quindi consapevole del fatto che, una volta uscita potrebbe non avere più la possibilità di diventare madre. Orbene, alla luce di quanto finora esposto, diventa necessario ricorrere ad un modello di detenzione “nuovo” e più aperto, dove il tempo della pena acquisti – effettivamente – una direzione ed un significato a prescindere dall’essere uomo o donna, genitore o figlio, il tempo della detenzione è un tempo di “vita nuova” di riscatto, di rinascita, lo Stato ha investito in passato e continua ad investire ancora oggi su questo tema, ma adesso bisogna tener conto del fatto che, sul contesto italiano, serve un rinnovamento totale delle culture e delle relazioni nonché la necessità di allestire percorsi educativi di liberazione in grado di scommettere sulle risorse (per uscire dalla retorica della “colpa” e riscoprire la bellezza del “reinventarsi”) anche grazie all’universo femminile. (Dott.ssa Anna Palermo Criminologa clinica)

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