TRA DATO OSSERVATO E INTERPRETAZIONE

RIFLESSIONI SUL RIGORE NELL’INDAGINE GRAFICA


Nel lavoro peritale sulla scrittura uno degli aspetti più complessi non consiste soltanto nel riconoscere le caratteristiche di un tracciato grafico, ma nel riuscire a mantenere una distinzione costante tra ciò che effettivamente osservo e il significato che successivamente attribuisco a quanto osservato. È proprio in questo passaggio che, a mio avviso, si gioca gran parte della qualità di un accertamento. L’oggettività non può essere considerata una qualità automaticamente posseduta dal professionista, né qualcosa che derivi semplicemente dall’esperienza. La considero piuttosto una modalità di lavoro che deve essere costruita durante tutte le fasi dell’indagine e che richiede attenzione, metodo e capacità di mettere continuamente alla prova le proprie convinzioni. Quando esamino una scrittura devo ricordare che sono davanti al risultato di un comportamento umano e non a un prodotto meccanicamente ripetibile. Ogni gesto grafico possiede caratteristiche individuali, ma presenta contemporaneamente una propria variabilità. La stessa persona non riproduce una lettera, una parola o una firma in maniera perfettamente identica ogni volta che scrive. Possono cambiare alcuni aspetti formali, le dimensioni, gli spazi, l’inclinazione, l’ampiezza dei movimenti, i collegamenti o determinate modalità esecutive. Per questo motivo considero rischioso attribuire immediatamente un significato identificativo a una somiglianza o, al contrario, interpretare una differenza come prova di una diversa provenienza. Ciò che appare uguale non è necessariamente significativo e ciò che appare diverso non è necessariamente incompatibile. Uno dei principi che cerco di mantenere nel mio lavoro consiste proprio nel non confondere l’evidenza visiva con il valore dimostrativo. Una caratteristica molto evidente può essere poco individualizzante perché comune a numerose persone; un elemento apparentemente meno vistoso può invece acquisire maggiore significato quando si presenta stabilmente insieme ad altre particolarità. Non considero quindi a volte corretto ragionare attraverso una semplice somma di concordanze e discordanze. Ciò che interessa è comprendere la qualità degli elementi, la loro ricorrenza, il modo in cui si collegano tra loro e soprattutto la loro appartenenza all’organizzazione complessiva del gesto grafico. Questa attenzione mi porta inevitabilmente a riflettere sulla soggettività del professionista. Ritengo impossibile sostenere che chi esamina una scrittura sia completamente privo di impressioni. Anch’io, osservando per la prima volta un documento, posso essere colpita da una determinata somiglianza, da una divergenza oppure dalla sensazione che il movimento sia più o meno naturale. Ho imparato, però, che la prima impressione deve rimanere una domanda e non trasformarsi prematuramente in una risposta. Se qualcosa mi appare significativo, devo comprendere da quali elementi concreti derivi. Se una firma mi sembra spontanea, devo cercare nel tracciato ciò che giustifica tecnicamente tale impressione. Se, invece, noto anomalie o esitazioni, devo verificare se esse possano appartenere alle normali possibilità esecutive dello scrivente oppure se assumano un significato differente a causa di una problematica di salute. Nel corso dell’attività professionale ho avvertito particolarmente questo problema quando mi sono confrontata con valutazioni provenienti da consulenti di parte. Mi è capitato di osservare come, sul medesimo materiale, professionisti diversi potessero soffermarsi su aspetti differenti e attribuire loro un peso non coincidente. Queste situazioni mi hanno fatto comprendere ancora meglio quanto sia importante non lasciarsi trascinare dalla necessità di sostenere una posizione. Davanti a un’interpretazione diversa dalla mia cerco di domandarmi non soltanto se la condivido, ma soprattutto su quali elementi sia stata costruita. Allo stesso modo, sento il dovere di sottoporre la mia valutazione alla medesima verifica. Il contraddittorio, quando rimane sul piano tecnico, può diventare un momento prezioso perché costringe ciascuno a distinguere ciò che è realmente dimostrabile da ciò che appartiene maggiormente alla propria lettura. Ho potuto constatare anche quanto sia facile, soprattutto quando si conosce già la posizione delle parti o si osservano contemporaneamente le scritture da confrontare, iniziare inconsapevolmente a cercare ciò che ci si aspetta di trovare. Se noto prima una determinata caratteristica nella grafia in verifica, posso essere portata a cercarla immediatamente nelle comparative; viceversa, se osservo prima le comparative, rischio di andare alla ricerca nella grafia contestata proprio degli elementi che ho appena individuato. L’attenzione diventa così selettiva. Per questo è importante, come da indicazioni, analizzare inizialmente i diversi gruppi di scritture con una certa autonomia, cercando di comprenderne caratteristiche, costanti e variazioni prima di procedere al confronto vero e proprio. Soltanto successivamente è corretto mettere in relazione gli elementi rilevati. In questo modo il confronto non nasce dalla ricerca occasionale di ciò che sembra uguale o diverso, ma dall’incontro tra due analisi precedentemente costruite. Un’attenzione particolare deve essere riservata alla variabilità individuale. Ritengo che rappresenti uno degli aspetti più delicati dell’intera valutazione, perché può essere interpretata in maniera eccessivamente rigida oppure, al contrario, utilizzata come spiegazione generica di qualsiasi differenza. Nessuna delle due posizioni è corretta. Non posso pretendere che una persona scriva sempre nello stesso modo, ma non posso nemmeno ricondurre automaticamente ogni divergenza alla normale variabilità. Devo cercare di ricostruire quali siano le effettive possibilità esecutive di quella specifica mano. Per farlo è indispensabile disporre, per quanto possibile, di materiale comparativo adeguato, perché poche scritture possono restituire un’immagine troppo limitata delle modalità espressive di una persona. Ciò che cerco di conoscere non è soltanto come il soggetto scrive abitualmente, ma anche entro quali limiti il suo gesto può modificarsi conservando la propria coerenza. Lo stesso rigore deve precedere l’interpretazione della grafia. Prima di chiedermi chi abbia scritto, ritengo necessario comprendere esattamente che cosa sto osservando. Il documento non è soltanto il supporto sul quale compare una firma o una scrittura, è esso stesso parte dell’accertamento. L’osservazione della superficie, del tracciato, delle eventuali anomalie, delle sovrapposizioni, delle riprese o di possibili tracce preparatorie può fornire informazioni che un esame esclusivamente visivo e immediato non consente di cogliere. Una firma che appare sicura e scorrevole, per esempio, non può essere considerata autentica soltanto per questa ragione. Un gesto imitativo può essere stato preparato ed esercitato fino ad acquisire una certa fluidità esteriore. Allo stesso modo, una firma autentica può presentare irregolarità dovute alle condizioni nelle quali è stata eseguita. Per questo non bisognerebbe sovrapporre mai l’impressione di spontaneità alla dimostrazione della spontaneità. È importante cercare elementi che permettono di comprendere come il gesto si sia sviluppato, senza trasformare immediatamente un’impressione percettiva in una certezza tecnica. Alla fine, ciò che considero veramente importante non è chiedere a chi legge di fidarsi della mia conclusione, ma consentirgli di comprendere come vi sono arrivata. È in questa possibilità di ricostruire il percorso dell’analisi che riconosco il significato più concreto del rigore peritale. La soggettività può accompagnare inevitabilmente l’osservatore; l’oggettività, invece, nasce dal lavoro che compiamo per impedirle di sostituirsi ai dati. Ed è proprio questo equilibrio, continuamente ricercato e mai dato per scontato, che considero una delle responsabilità più importanti di chi è chiamato a esprimere una valutazione professionale sulla scrittura.
Dott.ssa Romina Casella

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Pubblicato da AlMablog News

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