LA FORZA DEL BRANCO, LA FRAGILITA’ DEL SINGOLO

Un gruppo di amici è fondamentale per lo sviluppo della persona poiché rappresenta un punto di riferimento concreto e stabile per i giovani. Questo, permette non solo di relazionarsi con coetanei ed amici, ma rende il ragazzo libero di confrontarsi e trovare qualcuno con cui condividere e vivere le stesse sue paure sentendosi compreso, senza alcun giudizio. Lo scopo del gruppo è quindi quello di sostegno reciproco e condivisione dei ‘mali comuni’, consentendo di aumentare quella che è la stima della propria persona e di individuare, inoltre, un proprio ruolo sociale. Il gruppo resta tale finché i vantaggi che dona si possono ritenere positivi per il benessere dei soggetti parte. Spesso però, si assiste ad una trasformazione di questo in cui si annebbiano i benefici e salgono sul palco veri e propri scopi antisociali. Non è quindi più ritenuto ‘gruppo’, ma ‘branco’, nonché un insieme di individui con pensieri comuni la cui unica parola chiave è ‘fedeltà nonostante tutto’. Il bene del gruppo è quindi l’unica priorità provocando però un conseguente annullamento del singolo, considerato solo una delle molte braccia pratiche di una mente comune. La priorità di questo grande e singolo cervello, è quella di colmare mancanze o lacune passate, per lo più proprie di un’infanzia traumatica o trascorsa in solitudine. Il sentimento di rivalsa, quindi, è una delle motivazioni più comuni per entrare a far parte di un branco, riconosciuto come ‘famiglia’, in cui si ricerca la propria identità nell’approvazione dei pari. La funzione di questa famiglia eletta, è quella di consentire un superamento dei limiti imposti dalla società che il gruppo non approva e potersi dunque spingere al di là delle norme. Questa condotta, deriva dal desiderio di apparire potenti oltre che dalla fragile frattura interna rappresentante vuoti e trascorsi dolorosi. Questa, tenuta insieme da un piccolo cerotto, viene ricoperta dall’approvazione e dal sostegno del branco che attutisce, almeno in parte, i ricordi di un sé incompreso e non amato, passato. I componenti di questi gruppi sono per lo più ragazzi, il cui disagio interiore viene esternato attraverso veri e propri comportamenti antisociali e condotte aggressive. Questi atteggiamenti sono frutto del desiderio di affermare il proprio potere e risultare, agli occhi degli altri, resilienti. Si viene dunque a formare un’identità collettiva, un ‘io’ unico definito ‘io gruppale’, capace di spingersi dove il singolo è impossibilitato ad arrivare e, in aggiunta, di rendere collettivo un torto o un bisogno in cui tutti i componenti si identificano. Questi branchi sono stati definiti anche ‘baby-gang’, la cui caratteristica principale è la ‘deresponsabilizzazione’, nonché un fattore secondo il quale una condotta errata, se compiuta da più soggetti, risulta meno grave e, di conseguenza, la colpa che viene suddivisa tra tutti appare, ai loro occhi, più lieve. Autori di bullismo, rapine o risse, prediligono per lo più i coetanei come vittime, mantenendo un modus operandi di gruppo poiché incapaci, singolarmente, di compiere qualsiasi atto di tale portata. Il branco conferisce quindi sicurezza e protezione al punto da scatenare aggressioni pubbliche anche nelle piazze principali delle città pur di mantenere l’egemonia sul territorio. Il fine ultimo, infatti, è l’essere rispettati e considerati dominanti nel loro quartiere e, per fare ciò, utilizzano avvertimenti, minacce, ricatti e, se necessario, la violenza. Ciò che preoccupa maggiormente, però, è l’età compresa tra i 13 ed i 17 anni, propria di una personalità in sviluppo ed un desiderio innato di conoscere e sperimentare, caratteristiche a loro non appartenenti. La fedeltà che delinea il branco, permette di coprirsi a vicenda, spogliandosi di colpe singole e vestendosi di una comune accusa, più leggera da sostenere. Se considerati singolarmente, nonché privi di alcun sostegno gruppale, invece, si presentano fragili e senza alcuna difesa. Quell’ ‘io’ forte e dominante non è altro che un ruolo che, esterno al suo piccolo teatro, risulta essere nulla. È lì, quindi, che una baby-gang perde: nel momento in cui i membri vengono divisi e lasciati soli a combattere i propri demoni, nell’esatto momento in cui, quindi, si tolgono le maschere guardandosi di nuovo allo specchio. In quel contesto, ogni membro del branco si sente indifeso, esattamente come al principio. Manca l’approvazione, il sostegno e la condivisione delle proprie sofferenze e delle proprie paure. Viene meno anche la fedeltà e non perché non siano più cari alle promesse fatte insieme, bensì per il timore di quel che possa loro accadere nel caso non dicano la verità. Apparentemente forti in gruppo, non sono null’altro che una manciata di insicurezze e fragilità da soli. Sono piccole vittime di un passato traumatico, desiderose di riprendersi in mano la vita ma senza sapere come farlo e creandosi, in gruppo, un’alternativa alla resilienza. Forse, stanchi di essere ritenuti ‘vittime’, vogliono essere ‘soldati’, sbagliando però guerra. La loro, probabilmente, è contro loro stessi. Questa società non è altro che apparenza, puro e semplice inganno. Ci si focalizza su quello che si vede e che sembra, ma alla fine, sembra sempre tutto risultando invece nulla.

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