LA GIURISPRUDENZA IN PILLOLE

⚖️ | Reati concernenti le armi: la Cassazione fa chiarezza sulla distinzione tra armi proprie e armi improprie . 🖊 La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 22998 del 7 giugno 2024, ha fatto chiarezza sulla distinzione tra armi proprie e armi improprie e sui relativi regimi giuridici. ✳️ Armi proprie: Secondo la Cassazione, per arma in senso proprio deve intendersi quella la cui destinazione naturale è l’offesa alla persona. Rientrano in questa categoria, ai sensi dell’art. 30 del Testo Unico Leggi di Pubblica Sicurezza (T.U.L.P.S.) e dell’art. 45, comma 1, del relativo regolamento, sia le armi da sparo che quelle bianche. La detenzione di armi proprie senza la previa denuncia all’autorità di pubblica sicurezza è generalmente vietata. Fanno eccezione alcune categorie di persone, come i cacciatori e gli sportivi, che sono autorizzati a detenere armi proprie per specifiche finalità. ✳️ Armi improprie: Le armi improprie, invece, sono quelle che, pur avendo una destinazione diversa, possono comunque essere utilizzate per offendere le persone. Sono disciplinate dall’art. 4 della Legge n. 110 del 1975. A differenza delle armi proprie, la detenzione di armi improprie non è vietata. Tuttavia, è vietato il loro porto, ossia il trasporto fuori dalla propria abitazione o dalle relative pertinenze, senza giustificato motivo. La Cassazione ha chiarito che la nozione di “giustificato motivo” deve essere interpretata in modo restrittivo. Ad esempio, non è considerato giustificato motivo il porto di un’arma impropria per motivi di lavoro o per hobby. ✳️ Oggetti atti ad offendere: L’art. 4 della Legge n. 110 del 1975 vieta anche il porto, senza giustificato motivo, di oggetti atti ad offendere, anche se non sono classificati come armi. La Cassazione ha precisato che tale divieto non riguarda solo gli strumenti da punta o da taglio, ma anche qualsiasi altro oggetto che, per le sue caratteristiche e le circostanze di tempo e di luogo, possa essere utilizzato per offendere le persone.ù

⚖️ | Patteggiamento: esenzione dalle spese processuali limitata. 🖊 La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 22995 del 7 giugno 2024, ha chiarito che l’esenzione dall’obbligo di pagamento delle spese processuali, prevista per chi patteggia una pena non superiore a due anni, non si estende alle spese di custodia dei beni sequestrati e a quelle di mantenimento in carcere dell’imputato. Queste ultime spese, infatti, sono sempre a carico dell’imputato, indipendentemente dall’esito del processo. La Cassazione ha precisato che la norma che prevede l’esenzione dalle spese processuali (art. 445, comma 1, c.p.p.) si riferisce solo alle spese processuali in senso stretto, come quelle per le notifiche e le perizie. L’Erario, invece, ha sempre diritto di recuperare le spese di custodia dei beni sequestrati, anche in caso di patteggiamento. Questo è quanto stabilito dal D.P.R. n. 115 del 2002, art. 204 comma 3. L’unica eccezione all’obbligo di pagamento delle spese di custodia è prevista per i casi di archiviazione, sentenza di non luogo a procedere o sentenza di proscioglimento (art. 150, comma 2, D.P.R. n. 115/2002).

⚖️ | Guida in stato di ebbrezza: il consenso al prelievo è facoltativo: 🖊 La Cassazione, con la sentenza n. 22988 del 7 giugno 2024, ha stabilito che la mancanza del consenso al prelievo di sangue o saliva per accertare il tasso alcolemico in un automobilista sospettato di guida in stato di ebbrezza non rende invalido l’esame. La Corte ha precisato che la normativa sulla guida in stato di ebbrezza (art. 186 c.d.s.) non prevede l’obbligo del consenso per il prelievo, che può essere richiesto anche contro la volontà dell’automobilista. L’accertamento del tasso alcolemico, infatti, è una misura necessaria per tutelare la sicurezza stradale e per perseguire i reati connessi alla guida in stato di ebbrezza. L’automobilista può comunque rifiutare il consenso al prelievo, ma ciò comporterà l’applicazione di una sanzione amministrativa (art. 186-bis c.d.s.) e la sospensione della patente di guida. La Cassazione ha sottolineato che il prelievo di sangue o saliva non costituisce una violazione della Costituzione, in quanto è una misura proporzionata e necessaria per la tutela della sicurezza pubblica.

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Redazione

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