DI UN’ALTRA VOCE SARA’ LA PAURA

PREFAZIONE, Di Ivan CricoSulla poesia di Yuleisy Cruz Lezcano

Arretriamo in una lontananza quasi inaccessibile per noi, per iniziare a parlare del lavoro di Yuleisy Cruz Lezcano Di un’altra voce sarà la paura, guidati da un commento del poeta Giovanni Raboni in occasione della ripubblicazione di un’opera di Luis de Góngora: «Un monumento splendido e impervio di complessità sintattiche, di metafore estreme e vertiginosamente innaturali, di non trasparenza (e, dunque, di assoluta autonomia) della parola»]. Per entrare in consapevole contatto con i versi della poetessa bolognese di origine cubana, per avvicinarci a questa meditazione lirica complessa e stratificata sui grandi temi dell’esistenza, della genesi dell’amore e della sua violenta atroce negazione, ci sembra importante, più che mai, partire da qui, da questa parola oscura e libera evocata dal poeta milanese, dal riconoscimento delle sue più profonde e nascoste radici, da cui continuare ancora a trarre nuova linfa, altre inimmaginate forme di vita. “Non spegnere le mie radici … usale come alimento per i pesci … per il maiale, per il becco dell’avvoltoio … per calmare l’inquietudine … del cervo perseguitato … usale in un terreno abbandonato, dammi vita in un’altra vita.”

Raccolta poetica che comprende 45 poesie, divisa in sezioni a ognuna delle quali corrisponde un tipo di storia diverso: ogni sezione inizia poi con una fotografia di autore dell’artista Adele Quaranta e con un aforisma dell’autrice Yuleisy Cruz Lezcano. Il libro racconta storie diverse di violenza, riferendosi per la maggior parte a quella fisica.  I luoghi dove avvengono tali violenze sono vari, così come gli scenari, il libro contiene violenze reali apparse nella cronaca, di gruppo e non, ma anche esperienze anonime sulla violenza di genere (stupro, abuso, disprezzo) in famiglia, con il partner, tra amici o sconosciuti, micro-machismo e violenza durante i conflitti bellici. Tutte le storie narrate sono state selezionate e divise in modo da offrire una visione sull’enorme varietà di violenze esistenti. Il libro è rivolto a un ampio target, ma data la crudezza delle immagini proposte, si può affermare che sia per un pubblico adulto. Riguardo alla scelta stilistica si cerca di usare un linguaggio vicino all’esperienza, ma con artifici poetici e tramite l’uso di accostamenti insoliti i lettori possono incontrare l’universo delle parole in altri modi. La scelta tematica della violenza, sempre attuale e trasversale, porta i lettori a immergersi nell’incendio della vita e nei segreti celati dell’anima umana. Il libro parla di tragedia e speranza, di violenza e resistenza, di bellezza e crudeltà, con uno stile che evoca le sfumature dell’anima. Queste liriche avvolgono come un abbraccio gelido, toccano nel profondo e spingono a guardare oltre le apparenze, oltre le maschere che spesso si indossano per nascondere dolore e paure. Così si attraversa un percorso intimo di riscoperta e riscatto. Il libro inizia con il fatto di cronaca di una donna di 89 anni violentata a Milano, che dimostra che la violenza non ha età. La poesia “Accumulo di Immagini” è stata pensata per gettare il lettore nel turbine di emozioni di un’anziana che affronta le ombre della notte, non solo quelle tangibili, ma anche quelle che si celano. Attraverso immagini nitide e taglienti come lame, l’autrice dipinge il ritratto di una Milano notturna, un luogo dove la fragilità e il dolore si accumulano come frammenti di un puzzle spezzato. La storia di un’anziana derubata e violentata diviene il fulcro di questa poesia, un evento tragico che squarcia il velo dell’ignoranza e costringe a confrontarsi con la propria umanità. Il peso della coscienza, la paura dell’oblio e la ricerca di perdono si intrecciano in un mosaico di emozioni contrastanti, trasformando la poesia in un’ode alla resilienza e alla speranza. In “Cento cani su una gatta” si entra a pieno nell’inferno umano, dove la violenza e la brutalità si riversano come un fiume in piena. Attraverso istantanee vivide e viscerali il male regna sovrano e la vittima diviene preda facile per aguzzini senza scrupoli. La voce soffocata di una donna violentata si alza come un grido nella notte, implorando pietà e compassione in un mondo che sembra essersi abbandonato all’indifferenza e alla crudeltà. Andando avanti nella raccolta, la poesia si trasforma così in un atto di denuncia e di resistenza, un grido d’allarme che squarcia il silenzio complice della società e spinge a riconsiderare il ruolo di spettatori passivi di fronte all’ingiustizia e alla violenza. Gli eventi narrati scendono nei particolari di ogni storia di violenza, descrivendo i luoghi e le emozioni vissute dalla vittima, cercando spesso accostamenti insoliti, che creano immagini forti e poeticamente incisive. La silloge finisce con una poesia forte dal titolo “Me ne vado”:

“Me ne vado dove la mia accesa, indignazione non può squarciare, il mio petto … Me ne vado dalla parola, dalla voce, del nero che si contrappone all’aureola. Me ne vado per paura d’essere la mano, dove invelenito il sangue prende forma.

Perfettamente in sintonia con le emozioni delle donne vittime di violenze, l’autrice saluta i lettori con una premonizione di vendetta che non si vuole comunque portare a termine, ma che si identifica con la sua volontà di non poter perdonare chi ha fatto tanto soffrire…

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