DONNE: LA MATERNITA’ DIETRO LE SBARRE di Clelia COMITO

Un aspetto della detenzione femminile da tenere in debita considerazione ed affrontare con particolare attenzione è la problematica inerente al rapporto delle detenute con i figli. La legislazione italiana, in linea con quella comunitaria ed internazionale, ha stabilito la centralità della figura materna nell’ambiente carcerario specialmente ove non abbiano nessuno a cui poterli affidare, prevedendo, altresì, la possibilità di tenere con sé i figli fino all’età di tre anni. La Convenzione dell’Onu sui diritti dell’infanzia stabilisce che “il bambino i cui genitori si trovano in uno stato di detenzione, deve poter mantenere con loro i contatti appropriati”. Al 31 gennaio 2023, erano 2.392 le donne presenti negli istituti penitenziari italiani di cui 15 madri con 17 figli al seguito. Nell’ambiente carcerario, la detenuta soffre del suo essere mancante per coloro che lascia fuori; al senso di colpa per aver “abbandonato” i propri figli, si aggiunge la concreta preoccupazione per ciò che ne è di loro o degli altri suoi cari; preoccupazione che i detenuti padri sentono in maniera minore, sapendo il più delle volte i figli accuditi dalla propria compagna o moglie, o madre. Fondamentale importanza riveste sia per la madre detenuta, che per i figli che vivono al di fuori della struttura carceraria, il momento del colloquio, unica occasione in cui la donna può mostrare la propria vicinanza alla prole e nella quale la detenuta riesce a riportare in vita i propri legami sociali e il proprio passato. I luoghi in cui i colloqui avvengono, dovrebbero essere attrezzati in maniera idonea, per non turbare l’intimità del momento; la presenza di sbarre e di guardie carcerarie, specie se armate, nonché luoghi poco luminosi potrebbero turbare la tranquillità dei figli durante la visita, specialmente se interessano bambini. I bambini, che vivono la detenzione con la madre, crescono senza una casa e senza una famiglia, in un ambiente poco stimolante e con la presenza soltanto dei diversi operatori carcerari. In carcere vivono in uno spazio-temporale costrittivo, nel quale tendono a manifestare la volontà ed il desiderio di uscire al di fuori per relazionarsi con i familiari e con altri bambini, nonché per scoprire il mondo. Si riscontra un atteggiamento possessivo e protettivo della madre, che vive nella costante paura di perdere il bambino affidandolo ad altri nelle uscite al di fuori del carcere. L’ambiente carcerario incide negativamente anche nel legame madre-figlio, oltre che nello sviluppo generale del bambino e nel vissuto di entrambi. Per tali ragioni, la madre è costantemente impegnata a proteggere il suo rapporto con il figlio, instaurando con quest’ultimo un rapporto malato, caratterizzato da un’iperdipendenza e un’iperprotettività che si ripercuoteranno sul vissuto del bambino. Una scelta che, com’è facilmente intuibile, può essere fonte di disturbi di ansia e depressione, che possono perdurare anche dopo la separazione. Per cercare di attenuare i risvolti negativi di questa situazione, il legislatore ha previsto l’istituzione di equipe di figure specialistiche al fine di sostenere la madre e il bambino nel periodo in cui si avvicina la separazione. Altro aspetto fondamentale riguarda il gioco, che svolge un ruolo fondamentale nello sviluppo del bambino, avendo una funzione sociale, di interazione e condivisione: attraverso il gioco è possibile capire il bambino, il suo livello di sviluppo, le sue fantasie. Il gioco, infatti, è l’elemento principe delle psicoterapie infantili ed è utilizzato come sostegno per i bambini ospedalizzati che devono ricevere cure mediche. In virtù di quanto osservato, è opportuno che il bambino abbia la possibilità di giocare in una ludoteca, quale spazio collocato all’interno del carcere con particolari caratteristiche, in un contesto nel quale sono spesso presenti sia laboratori per diverse attività, sia servizi bibliotecari. Con il supporto dei suddetti spazi ludici, il gioco può ridurre il disagio del bambino, oltre a favorire le relazioni comunicative tra il genitore-detenuto ed il figlio ove anche il primo sia presente nei momenti di gioco. Detto spazio, infatti, può essere utilizzato anche come luogo di incontro tra il bambino e il genitore-detenuto ed in tal caso il gioco assume una diversa e più importante funzione, cioè quella di permettere al genitore di essere presente durante la crescita del figlio, svolgendo con lo stesso un ruolo attivo. Nonostante l’osservata importanza delle attività ludiche e degli spazi dedicati, è possibile rilevare, però, che in diverse carceri detti spazi non sono attivi, anche se, invero, è possibile rilevare diverse iniziative di molte associazioni finalizzate a creare ed organizzare gli spazi di cui in oggetto. In ultimo e per esigenze di completezza, è possibile rimarcare la presenza all’interno delle strutture carcerarie di spazi nido ovvero ambienti in cui il bambino, costretto a vivere all’interno della struttura penitenziaria per mantenere il legame con la madre, vive in maniera meno dura possibile la vita detentiva, associando questi spazi ad una normale abitazione.

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Redazione

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