SEPARAZIONE: ANCHE IL MARITO HA DIRITTO ALL’ASSEGNO DI MANTENIMENTO

L’art. 156 del codice civile stabilisce che: “Il giudice, pronunziando la separazione, stabilisce a vantaggio del coniuge cui  non  sia  addebitabile  la  separazione  il  diritto  di ricevere dall’altro coniuge quanto e’ necessario al suo mantenimento, qualora egli non abbia adeguati redditi propri.  L’entita’ di tale somministrazione e’ determinata in relazione alle circostanze e ai redditi dell’obbligato”. Accade spesso che  il coniuge – normalmente donne –  economicamente più debole, che richiede il mantenimento, abbia rinunciato alle sue aspettative di crescita professionale, per dedicarsi alla famiglia, alla casa e alla gestione dei figli. In questo caso la vicenda riguarda un uomo! La Corte di  Cassazione con la sentenza n. 26890 del 13 settembre 2022, ha affermato che anche il marito ha diritto allo stesso tenore di vita che aveva in costanza di matrimonio, dando torto alla Corte di Appello di Milano che aveva ridotto l’assegno di mantenimento attribuito ad un  marito in sede di separazione portandolo  da € 1.500,00 ad € 300,00 in quanto all’epoca della separazione nel 2012, l’uomo aveva quarantasette anni ed era “dotato di piena capacità lavorativa e notevole professionalità, avendo goduto di un ottimo stipendio fino al 2007″, quando aveva lasciato il lavoro per dedicarsi all’accudimento del figlio (bisognoso di sostegno e di essere seguito nelle attività sportive) e alla cura della “prestigiosa abitazione coniugale acquistata con proventi della moglie”. Secondo i giudici di secondo grado, “era dotato di tutte le risorse personali e professionali per provvedere autonomamente al proprio dignitoso mantenimento”. 🔸🔹 Di diverso avviso la Corte di Cassazione!  Infatti,  ha specificato che la separazione, a differenza del divorzio, non recide il vincolo matrimoniale e per questa ragione al marito deve essere garantito lo stesso tenore di vita che quest’ultimo aveva durante il matrimonio; quindi il contributo di mantenimento deve essere tale da poterglielo assicurare. Il marito aveva sostenuto di aver  lasciato la propria proficua attività lavorativa, (manager informatico), per accudire il figlio invalido ed occuparsi dell’ abitazione coniugale di proprietà della moglie.  Aveva sostenuto inoltre che dopo la separazione dalla moglie non fosse più riuscito a lavorare e quindi a permettersi una abitazione dignitosa tant’è che si era trovato nella condizione di chiedere aiuto materiale alla sorella. Con il  ricorso per cassazione ha eccepito: ✅ In primis, la violazione dell’articolo 156 cc in quanto gli era stato riconosciuto un contribuito economico dal suo punto di vista inadeguato per sostenere le spese per una abitazione di un certo tipo, considerato che la moglie aveva sempre goduto e continuava a godere di una posizione economica agiata. ✅ Contestava alla Corte d’Appello Milanese, di aver dato credito alle dichiarazioni della ex moglie, secondo cui lui non avrebbe mai dimostrato di non essere riuscito a trovare un lavoro che gli permettesse di provvedere autonomamente al suo mantenimento.  Ma il marito ribatteva che era fuori dal mondo del lavoro da circa dieci anni, perché di comune accordo con la moglie, avevano deciso che lui si sarebbe occupato del figlio invalido e della gestione della casa familiare. Senza contare che l’ambito lavorativo – mondo informatico -, è sempre in evoluzione e un’ assenza dal mondo lavorativo di questa durata, l’eta, rendevano difficoltoso un reinserimento nel mondo lavorativo.  ⚖️ La Corte di Cassazione, Prima sezione Civile,  accoglie le ragioni del marito stabilendo che il criterio a cui ancorare la quantificazione del contributo di mantenimento è espresso dal principio secondo cui: “i «redditi adeguati» cui va rapportato, ai sensi dell’art. 156 c.c., l’assegno di mantenimento a favore del coniuge separato, in assenza della condizione ostativa dell’addebito, sono quelli necessari a mantenere il tenore di vita goduto in costanza di matrimonio nella fase temporanea della separazione stante la permanenza del vincolo coniugale e l’attualità del dovere di assistenza materiale, derivando dalla separazione – a differenza di quanto accade con l’assegno divorzile che postula lo scioglimento del vincolo coniugale – solo la sospensione degli obblighi di natura personale di fedeltà, convivenza e collaborazione.” Nel caso in esame  considerato il contribuito che la moglie doveva versare al marito era inidoneo a garantire lo stesso tenore di vita che aveva in costanza di matrimonio, pertanto in accoglimento del ricorso, la Corte di Cassazione ha cassato la sentenza con rinvio alla Corte d’Appello di Milano in diversa composizione per un nuovo esame.

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Redazione

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