INTERCETTAZIONE CONVERSAZIONE AVVOCATO CON CLIENTE. QUID JURIS?

Lo strumento di ricerca della prova delle intercettazioni telefoniche, di cui si parla quotidianamente, è un’attività seriamente e gravemente invasiva per chi la subisce e anche per i soggetti che sono in contatto con chi ne è sottoposto (pur non essendo indagati), si pensi alle persone che abitano nella stessa casa di chi è sottoposto a una captazione ambientale o alle persone che per varie ragioni contattano una persona sul cui cellulare è stato installato un trojan. Occorre sottolineare che le intercettazioni dovrebbero essere disposte in presenza di gravi indizi di alcune fattispecie di reato e solo quando la loro attuazione è assolutamente indispensabile ai fini della prosecuzione delle indagini. Questo in teoria. Nella pratica sono numerosissime le intercettazioni che vengono disposte anche quando è lecito avanzare più di un dubbio sulla loro indispensabilità. In questi casi tutto viene ascoltato, non tutto viene trascritto nelle annotazioni della polizia giudiziaria, spesso quello che viene trascritto, quando di interesse pubblico, viene divulgato. Talvolta quello che viene scritto e divulgato non è di interesse per le indagini, ma discredita e nuoce la reputazione degli interlocutori. Non troppo raramente negli atti delle indagini preliminari e finanche nelle richieste di applicazione di una misura cautelare si trovano trascritti, parola per parola, i dialoghi tra indagato e il suo difensore. Purtroppo non sempre viene dichiarata l’inutilizzabilità del contenuto delle trascrizioni dei colloqui tra avvocato e difensore; eppure il codice di procedura penale si esprime chiaramente: “Non è consentita l’intercettazione relativa a conversazioni o comunicazioni dei difensori (..).” e aggiunge che “quando le comunicazioni sono comunque intercettate, il loro contenuto non può essere trascritto, neanche sommariamente” (art. 103, comma quinto e settimo, codice di procedura penale). Dalla lettura della norma non si tratterebbe di un semplice divieto di utilizzazione, ma di qualcosa di più, l’operazione di intercettazione in questa ipotesi non sarebbe neppure consentita e se erroneamente avviata il contenuto non potrebbe essere trascritto, “neanche sommariamente”. Eppure accade, come testimonia anche una delle ultime vicende portate all’attenzione della stampa, tanto grave da far mobilitare il Ministro della Giustizia. Si tratta dell’indagine avviata dalla Procura della Repubblica di Trapani sulle operazioni di soccorso in mare svolte da alcune ONG. Da ciò che è emerso, nell’ambito delle intercettazioni avviate durante le indagini, sarebbero stati intercettati i colloqui dei giornalisti con le loro fonti e degli avvocati con i loro clienti per periodi di tempo prolungati (fino a sei mesi) e senza che avvocati o giornalisti fossero coinvolti quali indagati. A rendere la condotta ancor più grave, sarebbe la trascrizione del contenuto dei colloqui negli atti dell’indagine. Un processo penale per essere “giusto” deve rispettare principi basilari quali: la parità delle parti (accusa e difesa) e il diritto di difesa. Questi principi dovrebbero essere inviolabili e non ritenuti vuote formule di stile invocate solo dagli avvocati per difendere i colpevoli, come purtroppo si sente dire, ma dovrebbero tutti pretenderne il rispetto che consente la celebrazione di un processo accusatorio, che appunto il nostro codice di procedura penale e la nostra Costituzione tutelano mediante regole che fanno del nostro Stato una democrazia e non un regime totalitario in cui si può accusare e intercettare chiunque, senza nessuna garanzia. Che questi precetti siano ignorati da cittadini comuni che non operano nel mondo della giustizia è accettabile e superabile con una buona informazione e mediante la diffusione di una cultura giuridica diretta anche ai non addetti ai lavori; ma che le stesse norme siano ignorate da chi ha il dovere di conoscerle e farle rispettare, è un aspetto molto più grave che non può essere ridimensionato e su cui tutti gli operatori del mondo della giustizia hanno il diritto (e dovere) di protestare e attivarsi fino ad ottenere un pieno rispetto per il futuro e a fare chiarezza sulle violazioni del passato.

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