LA GIUSTIZIA CHE VORREI: RAPIDA, CERTA E NON AUTOREFERENZIALE

La giustizia è, da sempre, una tematica molto dibattuta, intorno alla quale ruotano critiche e polemiche e nel cui nome si combattono battaglie ideologiche, politiche e culturali, si formano fazioni contrapposte, si animano duri dibattiti che quasi mai offrono soluzioni condivise. La presa d’atto di questa complessità non può tuttavia costituire un alibi per l’immobilismo ed un freno per riforme strutturali che oggi sono improcrastinabili. L’ormai famoso “Trojan”, strumento che è stato avversato dall’avvocatura in quanto in grado di violare capisaldi costituzionali, nel consentire di cristallizzare l’ipocrisia delle manovre correntizie della magistratura italiana, minando, ulteriormente, la credibilità della magistratura stessa, ha messo a nudo le “storture” della giurisdizione.  Siamo, ormai da troppo tempo, di fronte ad un vistoso e preoccupante arretramento dello Stato di diritto cui si ha il dovere di porre rimedio attraverso l’unico strumento possibile: vere riforme in tutti i settori, condicio sine qua non, tra l’altro, per lo sviluppo economico del paese ed un corretto funzionamento del mercato. La Commissione Europea nelle Country Specific Recommendations indirizzate al nostro Paese negli anni 2019 e 2020, nonostante abbia dato atto dei progressi compiuti negli ultimi anni, ha invitato l’Italia ad aumentare l’efficienza del sistema giudiziario. Ancora, l’obiettivo del Piano nazionale di ripresa e resilienza è quello di “riportare il processo italiano a un modello di efficienza e di competitività”. In altre parole, è indispensabile un profondo e coraggioso rinnovamento del sistema giustizia. Nel settore civile, se, come dichiarato dalla Guardasigilli Cartabia,  l’obiettivo è quello di ridurre i tempi dei giudizi civili di almeno il 40%, rendendo il processo italiano efficiente e competitivo, vi è la necessita di un cambio culturale prima che sostanziale, un cambio che passi anche (ma non solo) attraverso la valorizzazione di strumenti che presuppongano il superamento della visione della giustizia incentrata esclusivamente sulla giurisdizione e che, pertanto, consentano di valorizzare principi di responsabilità e autonomia delle parti coinvolte in controversie giudiziarie. D’altronde, nelle stesse programmatiche del nuovo Governo è stata sottolineata l’importanza delle ADR nel quadro complessivo della giustizia civile, con particolare rilievo riconosciuto alla mediazione e, nel suo ambito, alla mediazione demandata. Tuttavia, occorre incrementarne l’utilizzo e in particolare garantire un maggior ricorso all’arbitrato, alla negoziazione assistita, oltre alla mediazione, poiché si tratta di strumenti che consentono l’esercizio di una giustizia preventiva e consensuale, necessaria per evitare una esplosione del contenzioso che gli uffici giudiziari non riusciranno a reggere.  Nel settore penale, deve trattarsi di riforme strettamente attinenti alla tutela dei principi dello Stato di diritto. L’ampia riforma proposta dalla Commissione Lattanzi, potrà (auspicando che lo strumento della legge delega non comporti “aggiustamenti” nel prosieguo) permettere di porre fine all’istituto della prescrizione che, così come è stato concepito da Bonafede, non può che definirsi una aberratio giuridica, poiché è innegabile che essere “imputati a vita” non solo rappresenta un limite alla persecuzione dei reati, ma ha, soprattutto, effetti nefasti sulle persone coinvolte. Relativamente agli interventi previsti in materia di impugnazioni se, da un lato, permetteranno la definizione più veloce dei procedimenti pendenti davanti alle Corti d’appello, e, quindi, garantiranno una ragionevole durata del processo penale, dall’altro sembrerebbero trasformare il giudizio di appello da giudizio di merito in giudizio a critica vincolata della sentenza di I grado. Ad ogni modo sarebbe presuntuoso oltre che impossibile se pensassi di rappresentare qui, seppur per sommi casi, tutte le istanze, generali o particolari, collegate alla giustizia. Non potrei farlo, non saprei farlo. Ciò che posso fare, nel delineare cosa significhi per me un corretto esercizio della giurisdizione e di conseguenza una giustizia giusta, è mantenermi su un piano individuale che, nel mio caso, è in qualche modo arricchito dall’essere un avvocato. La giustizia che vorrei è una giustizia pacata, non autoreferenziale. Una giustizia che si configuri come un contesto organizzato in modo tale da raggiungere rapidamente ad una verità processuale. (“giustizia ritardata è giustizia negata”).  Vorrei che tra la giustizia e gli altri poteri pubblici ci fosse un ordinato equilibrio ed un reciproco riconoscimento, fondati non su logiche provvisorie di convenienza ma sull’autorevolezza dell’una e degli altri e sulla comune condivisione dei valori della legalità formale e sostanziale. La giustizia che cerco e che mi aspetto dovrebbe assicurare, in ogni sede, la certezza del diritto, tutelare i diritti dei cittadini sempre e soltanto nel più rigoroso rispetto delle forme e dei principi del nostro ordinamento giuridico. Una giustizia che rifiuta i conformismi, che ripone la sua stessa essenza nel rispetto dei principi costituzionali del giusto processo. La giustizia che vorrei è una giustizia giusta, veloce e soddisfacente. Sarebbe certamente riduttivo ma soprattutto ipocrita addossare le responsabilità all’inefficienza dello Stato in cui versa la giurisdizione ai “carrierismi” in magistratura, così come è inaccettabile attribuire la responsabilità ai “troppi” avvocati. Senza molti giri di parole, ritengo che le maggiori responsabilità vadano attribuite alla politica che non solo ha permesso che la magistratura prendesse il sopravvento sugli altri poteri ma ha, altresì, permesso l’emarginazione del difensore. Una emarginazione, dunque, che ha matrice legislativa recepita dalla magistratura che l‘avvocatura, a volte inconsapevole dell’importanza della propria funzione sociale, non è stata in grado di arginare riaffermando la centralità del ruolo del difensore nel processo. Negli anni, infatti, abbiamo assistito da un lato al progressivo indebolimento del potere legislativo dall’altro al progressivo rafforzamento del potere giudiziario. Montesquieu, filosofo francese cui si deve il principio di separazione dei poteri, nel 1748 affermava …” Chiunque abbia potere è portato ad abusarne; egli arriva sin dove non trova limiti…” Oramai, però, che l’inefficienza dell’amministrazione della giustizia ha raggiunto un livello talmente alto da snaturare letteralmente l’istituzione e da ledere valori costituzionali fondamentali per la vita e la democrazia del Paese, ci tocca correre ai ripari che non significa dar vita alle sole, seppur necessarie, riforme nei vari settori della giustizia. Correre ai ripari comporterà varare non solo una nuova legge sul CSM e impedire ai magistrati di tornare in ruolo dopo avere ricoperto cariche politiche elettive o di governo, ma anche una nitida separazione dei poteri e una efficace riforma della legge. n.18/2015 in materia di responsabilità civile dei magistrati che, pur nel contemperamento del principio di responsabilità con quello di indipendenza della magistratura, dovrà tutelare realmente il danneggiato. E se nessuna giurisdizione potrà dirsi bene esercitata se non verrà esercitata imparzialmente a tutela dei diritti di tutti e nei confronti di tutti, senza distinzione, nessun processo potrà mai essere giusto se la difesa non vi ha potuto esercitare appieno le proprie prerogative. E’, quindi, doveroso tenere alta l’attenzione, evitare, soprattutto in tempi in cui il dibattito laico, oggettivo e disinteressato sembra una chimera, il conformismo rinunciatario e denunciare ciò che non va. E’ necessario che la forza della coscienza si ribelli a poteri o sistemi che nulla hanno in comune con la dignità e la morale ed ancor meno con le norme, e poichè la giustizia definita da Aristotele, nell’Etica, “la regina delle virtù, il principio architettonico dello Stato”, “appartiene” agli uomini, questo compito spetta a tutti noi, a chi come me crede fermamente nel lavoro che svolge, a chi ha il diritto/dovere di decidere, a chi spetta il compito di indirizzo politico e guida del paese da espletare nell’interesse esclusivo dei cittadini ed anche alla stampa su cui incombe l’ obbligo inderogabile del rispetto della verità sostanziale dei fatti osservati. (Saveria CUSUMANNO Consigliere Ordine Avvocati di Reggio Calabria)

 

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