L’ANNOSO PROBLEMA DELLA AFFETTIVITÀ NEL MONDO DEL CARCERE ITALIANO di Renato VIGNA

L’ANNOSO PROBLEMA DELLA AFFETTIVITÀ NEL MONDO DEL CARCERE ITALIANO

L’Italia continua a considerare l’affettività in carcere un illusione di pochi giuristi romantici piuttosto che un diritto fondamentale ed insopprimibile di chiunque si trovi costretto a vivere in via provvisoria o definitiva il regime della privazione della libertà. Negando questo diritto non solo si calpesta la dignità umana del soggetto in vincoli, ma si incide profondamente anche sullo stato psichico dei suoi bambini, vittime incolpevoli, che risentendo del negato diritto al mantenimento di un contatto costante con entrambe le parti genitoriali vedranno compromessa la regolarità e la buona riuscita del loro percorso di vita. D’altronde è ovvio che chi decide di negare a detenuti e detenute il diritto al mantenimento dei propri affetti ottenga quale esito prevedibile il fallimento del programma trattamentale rieducativo al quale essi dovrebbero serenamente sottoporsi durante la fase intra muraria. Il tema dunque è di portata elementare, e vanta un altissimo valore civile e morale visto che da anni se ne discute attivando varie commissioni di addetti ai lavori, senza che però nessuno tra i gruppi politici che si alternano al governo del nostro paese abbia mai inteso comprendere l’importanza che esso assume anche sotto forma di conquista sociale. E quel che più inquieta è che all’ex Ministro BONAFEDE sarebbe bastato un minimo sforzo per dare attuazione ad un programma destinato a favorire l’affettività anche per chi si trova in carcere. Innanzitutto si sarebbero potute realizzare un po’ ovunque entro gli istituti penitenziari del territorio nazionale le c.d. «case dell’affettività» il cui prototipo venne progettato sotto la guida di Renzo Piano da un gruppo di giovani architetti e trovó posto in via sperimentale all’interno della casa circondariale femminile di Rebibbia. Per intenderci si trattava di una micro-architettura realizzata in legno, che peraltro (e paradossalmente) era la scaturigine di un progetto finanziato e sostenuto direttamente dal Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria (Dap). In buona sostanza si sarebbero dovuti realizzare spazi abitativi di 28mq immersi nell’area verde dell’istituto penitenziario all’interno dei quali i detenuti avrebbero finalmente potuto fruire del diritto alla affettività ed alla genitorialità. L’Italia però si dimostra una improntitudine culturale che avversa in modo strisciante questa significativa evoluzione del sistema carcerario che sicuramente comporterebbe risultati efficacissimi sul piano rieducativo. Preoccupa infatti che pur parlandosene da anni, il Parlamento italiano stia continuando a sottrarsi al dovere etico di rimodulare questo aspetto dell’ordinamento penitenziario e dunque ad emanare una legge che finalmente preveda la realizzazione di luoghi nei quali detenuti e detenute (non appena l’emergenza Covid sarà superata) possano serenamente riunirsi con i propri nuclei familiari. Questa linea dell’inerzia pone l’Italia tra quei paesi dell’Unione Europea che ancora non dispongono di carceri dotate di un habitat domestico, intimo, accogliente e rassicurante, di un piccolo spazio che risulti diverso dalle tradizionali, affollate e fredde, aule in cui si svolgono i colloqui carcerari. Eppure dovrebbe essere chiaro per tutto che la detenzione assume una maggior efficacia rieducativa se chi subisce il trattamento penitenziario non risente della recisione del proprio diritto all’affettività.  Consentire al soggetto incarcerato di mantenere e di valorizzare di giorno in giorno le proprie relazioni affettive è fondamentale per uno stato sociale che aspiri alla buona riuscita del suo percorso rieducativo ed ad un suo qualificato reinserimento nella comunità dalla quale è stato temporaneamente allontanato. Dopo approfonditi studi è stato appurato che consentendo un soddisfacente contatto con il mondo esterno si previene l’alienazione dell’individuo e si abbassa di molto la probabilità di sue condotte recidivanti. Ciò nonostante i rappresentanti politici italiani del momento insistono nel mantenersi sordo-ciechi davanti a questa sempre più importante esigenza di cambiamento delle regole penitenziarie. Da anni la politica prende tempo, afferma che nelle carceri manchino gli spazi necessari per soddisfare appieno tale diritto, includendo in esso anche quello alla genitorialità. Nel contempo tutto i politici fanno finta di non accorgersi che il tema assume connotazioni sempre più inquietanti per le vittime più inermi ed incolpevoli di questo sistema : i bambini . L’Italia sta sottovalutando che ogni anno circa 100 mila minorenni rimangono travolti dal dramma della carcerazione di uno dei loro genitori. Pur trattandosi di un tema forte ed estremamente delicato, nell’Italia del “buttiamo la chiave” la politica continua ad affrontarlo con spirito dilatorio e ritrosia tendente alla mortificazione dei diritti dei deboli e dei minori. Molte voci competenti risultano attive e da anni agitano quotidianamente le acque a sostegno della riforma in materia di diritto all’affettività. Tra queste si distinguono i Radicali dell’instancabile Rita Bernardini, Sergio D’Elia ed Elisabetta Zamparutti di Nessuno Tocchi Caino, l’associazione AntigoneRistrettì Orizzonti, e tanti altri . Posso inoltre dire che davvero tanto lavoro è stato sin qui compiuto anche dall’Unione Camere Penali Italiane che tramite il suo Osservatorio dedicato al Carcere ha segnalato tra le varie storture del sistema attuale quella del mancato riconoscimento del diritto all’affettività strutturando a tal proposito diversi progetti attuabili che avevano finanche trovato uno sbocco favorevole nel contesto di uno tra i vari tavoli degli Stati Generali dell’Esecuzione pena, che anni addietro vennero istituiti dal Ministro Orlando ma che una volta arrivati alla loro conclusione licenziando un lodevole progetto di riforma dell’Ordinamento Penitenziario (che si attende dal 1975) egli stesso fece precipitare in un davvero imbarazzante stato di oblio. Per farla breve, bisogna che in ogni singolo Carcere italiano venga strutturato un piccolo luogo, un angolo intimo, nel quale anche al soggetto privato della libertà personale risulti consentito di recuperare sè stesso grazie alla naturalezza di un semplice e riservato gesto d’affetto che compensi la lontananza da casa . Se lo Stato finalmente creasse questi luoghi consentendo ai detenuti di celebrarvi dei momenti di intimità familiare, è fuor di dubbio che essi per qualche istante si sentirebbero trasportati in un ambiente rasserenante che li avvicina al mondo esterno. Tuttavia è da considerarsi che per ottenere questo risultato occorrerebbe anche “territorializzare la pena“, ovvero avvicinare i detenuti alla loro famiglia o nucleo di riferimento, smettendo di trasferire senza una ragione giuridicamente fondata i detenuti del Sud Italia nell’angolo più sperduto del Piemonte piuttosto che in Sardegna o nel Trentino. Questa linea operativa del DAP non corrisponde certamente alla realizzazione di un programma formativo-rieducativo e tantomeno agevola un proficuo reinserimento sociale del deviante. Semmai, guardando alle statistiche di cui dispone il Ministero della giustizia è dimostrato che ragionando in tal senso si ottiene l’effetto inverso, ovvero un impressionante impennata delle c.d. condotte recidivanti. All’Italia che legifera, a quella che pur in tempo di COVID-19 ha partorito delle “strette” normative davvero iper-afflittive impedendo ai carcerati qualunque forma di contatto in presenza con i loro nuclei familiari, bisognerebbe rammentare che le regole della morale dipendono dalle necessità di una comunità e non anche dalla valutazione politica speculativa degli impulsi istintivi di cui rendono conto i sondaggi sociali. Probabilmente risiede proprio in questa spasmodica ricerca del consenso sociale, la ragione del fenomeno “inerzia” di cui attualmente risente ogni progetto di riforma della carcerazione sottoposto al vaglio delle commissioni parlamentari. E dunque, se così stanno le cose non resta che dire “Povera Italia” .

Avv. Renato Vigna,  Responsabile Carcere per la Calabria e componente Osservatorio Nazionale Carcere Unione Camere Penali Italiane. Avvocato cassazionista penalista, e soprattutto orgogliosamente “calabrese”. Esperto in materia di diritto processuale penale e di diritto dell’Ordinamento Penitenziario. Abilitato all’insegnamento presso gli Atenei. Svolge una intensa attività quale relatore nel panorama convegnista nazionale. Autore di diverse pubblicazioni e componente di varie Commissioni Ministeriali finalizzate alla riforma del sistema carcerario italiano (tra queste gli Stati Generali Esecuzione Pena). Difensore in tantissimi tra i più importanti processi di criminalità organizzata celebrati in Italia nell’ultimo trentennio, riveste attivamente da diversi anni la carica di componente dell’Osservatorio Carcere dell’UCPI . Tiene molto a precisare che proprio il ruolo che riveste questo organismo gli ha consentito di approfondire la conoscenza del fenomeno detentivo in Italia, dopo aver partecipato a decine di accessi esplorativi in vari istituti penitenziari.

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